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Anima e Bellezza: il velo sottile

Spazio Arte Carlo Farioli prende parte alla quattordicesima edizione del Festival “Filosofarti” con la mostra collettiva intitolata “Anima e Bellezza: il velo sottile”, in collaborazione con gli artisti di “Libero Transito” e con il sostegno del progetto “La Bellezza Resta”.

Il tema di questa edizione – Paideia: Educare – è stato interpretato e declinato attraverso opere ed installazioni idonee o realizzate appositamente per questa esposizione dagli artisti Dora Ayala, Marco Bellomi, Claudia Canavesi, Alessandro Favini, Antonella Gerbi, Alex Sala.

In virtù e in linea con la natura artistica della nostra associazione, la mostra intende offrire una riflessione a più voci sulla necessità più che mai impellente di un’Educazione…al Bello nella società contemporanea e nella vita quotidiana di ogni individuo.

L’analisi degli artisti nasce dunque dal confronto con la cosiddetta Paideia, ossia il modello educativo in vigore nell’Atene classica, finalizzato al raggiungimento dell’ideale di perfezione morale, culturale e civile cui ogni uomo deve tendere, attraverso il quale questi realizza pienamente sé stesso come soggetto autonomo e in armonia con il mondo.  Intesa, dunque, come formazione integrale dell’uomo, in essa è centrale il tema della bellezza e dell’educazione estetica, cioè della capacità dell’uomo di cogliere il Bello e di elevarsi, dal punto di vista psichico-spirituale, attraverso la sua contemplazione.

Gli artisti coinvolti sono stati dunque invitati ad una considerazione sul senso della Bellezza, sul significato che ha assunto oggi questo termine, partendo anche dal proprio vissuto.

Volendo attenerci al tema del Festival, quello dunque dell’Educare, abbiamo concepito il “Bello”, punto di arrivo del nostro viaggio, non come categoria estetica, evitando di commettere l’errore di ragionare in termini di fruizione dell’Arte in senso stretto. Al contrario, prendendo spunto dalla Paideia ateniese, si è voluto immaginare un percorso dell’Anima alla Ricerca del Bello, nelle sue molteplici forme e manifestazioni. Se è vero, infatti, che siamo bombardati costantemente da una miriade di immagini, che viviamo in una società ad alto tasso di estetizzazione, è altrettanto vero che abbiamo disimparato ad osservare e a guardare il mondo intorno a noi, ruotando sempre di più l’obiettivo fotografico ossessivamente verso noi stessi. La società di massa ha contribuito a un dilagante abbruttimento e al conformismo dei gusti e degli stili e i ritmi frenetici della quotidianità hanno avuto esiti alienanti sulle nostre esistenze.

Come può dunque la Bellezza costituire una medicina per la nostra Anima?

L’invito che questa mostra vuole proporre è quello di imparare a riconoscere il bello, individuarne le tracce che lascia di sé in termini di suggestioni, esperienze, relazioni. Perché il bello, come ci fa notare Antonella Gerbi nella sua opera, richiede innanzitutto di essere riconosciuto, fatto oggetto di attenzione, di meraviglia, per poi poter essere conservato e protetto.  Attraverso una teca di plexiglass che non custodisce apparentemente nulla, l’artista ci ricorda che il bello spesso è invisibile, è qualcosa di impalpabile, così come lo sono i sentimenti più autentici, oppure è nascosto sotto il velo delle apparenze. Sta a noi affinare la nostra sensibilità per sviluppare la capacità di percepire la bellezza, anche laddove ci sembra che non esista: solo allora potremo accorgerci che all’interno della teca è conservata un’impronta scavata nel marmo: presenza dunque che si fa assenza, e che ci invita ad osservare nella profondità delle cose, scavando oltre la superficie.

Analogamente Dora Ayala ribalta i canoni della rappresentazione del Bello e nella sua ricerca provocatoriamente sostituisce alla costruzione di un’immagine il suo disfacimento,  i resti del suo disgregarsi (Untitled) e del suo lento dissolversi . Le sue opere (In Out series) si offrono come “sindone” di una presenza del Bello che è da ricercarsi aldilà del suo valore estetico, che è tanto più vera quanto invisibile.

Il tema del custodire, ma anche delle “reliquie”, è ulteriormente rafforzato nell’opera di Marco Bellomi, intitolato “Macerie dell’Anima” e ispirato al romanzo “Il padiglione d’oro” di Yuko Mishima. Ritorna, infatti, il tema dell’urna, a sua volta racchiusa in una gabbia di ferro arrugginita, a simboleggiare la decadenza dell’umanità che si ritrova ormai a difendere, in un ultimo estremo tentativo, i frammenti di ciò che resta di un tempio. Le tristi spoglie dell’edificio incendiato diventano simbolo di una società che ha identificato il Bello nei termini di un oggetto da contemplare, che ha costruito idoli da venerare, ma che proprio per questo motivo ha reso incolmabile la distanza tra Individuo e Bellezza.

La sfida che oggi più che mai si rende necessaria è di concepire l’esperienza del Bello non solo come un piacevole svago interposto alla grigia monotonia delle nostre giornate, ma come pratica pervasiva della nostra esistenza…un’esistenza attenta a realizzare armonia in sé stessi, come individui, e nel rapporto con gli altri, e di conseguenza ad ogni livello: istituzionale, sociale, urbanistico, architettonico, ambientale.

L’invito quindi dirompente è quello di Alex Sala che ci sfida a guardarci allo specchio e ci domanda: “Riesci a vederla?”…la Bellezza quella Vera…Riesci a sollevare quel velo sottile che talvolta non ci permette di vedere il Bello che ci circonda o il Bello che abbiamo dentro di noi? Ancora una volta l’opera di Alex Sala si fa azione e, coinvolgendo direttamente l’osservatore, lo invita ad essere parte attiva della sua installazione e a compiere il primo passo per modificare le proprie abitudini, il proprio punto di vista.

Bellezza è sinonimo di Verità anche per l’artista Claudia Canavesi che presenta un progetto molto toccante legato alla perdita di una persona cara, costituito da più elementi in dialogo tra loro. Da sempre affascinata dalle leggi armoniche che regolano Natura e Architettura, Claudia ha scelto per questa mostra di esporre il libro d’artista (con disegni e modelli preparatori) “La luce si unisce allo Spazio” realizzato nel 2007 e dedicato alla relazione nata allora con questa persona, affiancandolo ad una copia rielaborata della sua urna cineraria. Claudia riesce in maniera straordinaria a sublimare il tema della morte attraverso la forza del Bello, che guarisce le ferite dell’anima, ci rende in grado di apprezzare la pienezza della vita, dei suoi cicli, del sorgere e del tramontare, del nascere e del morire e ci insegna a vivere nell’attimo presente.

La forza di questo messaggio che giunge a noi ancora oggi dalla lezione degli antichi greci, viaggiando nel tempo e nello spazio, è raffigurato da Alessandro Favini che si esprime attraverso un’opera astratta, costruita  attraverso ampie campiture di colore. L’artista ci conduce sulla soglia di una dimensione atemporale, dai colori freddi e profondi, interrotta al centro dal sopraggiungere di una frequenza sottile in grado di far vibrare le corde della nostra anima.

Solo lasciandoci toccare da questo messaggio di Rinascita, lasciandoci toccare dalla Bellezza, potremo vedere con occhi nuovi chi siamo ed aprirci in modo più autentico alla Vita.

 

Arte

Colori di Guendi: il favoloso mondo di Carlotta Di Stefano

“Colori di Guendi” non è solo il titolo scelto per la mostra di Carlotta Di Stefano (classe 1988, vive e lavora tra la Svizzera e Venezia), in corso presso Spazio Arte Carlo Farioli dall’8 al 30 aprile. “Colori di Guendi” è il suo nome d’arte, con cui si è fatta conoscere al pubblico in questi anni, è l’identificazione totale dell’artista con il suo mondo immaginario, un “paese delle meraviglie” a tratti psichedelico, espressione senza filtri del suo inconscio, raccontato attraverso illustrazioni dai colori accesi e dai contrasti violenti, che ti colpiscono senza preavviso, ti risucchiano e ti conducono su strade sconosciute, alla presenza di enigmatiche creature. La dimensione fantastica e fiabesca, la semplicità quasi infantile delle forme, insieme alla tavolozza vivace e brillante, evocano in qualche modo la pittura onirica di Chagall.

Come una moderna Alice, Carlotta si trova a dare vita ai personaggi che popolano la sua immaginazione: prima di tutto Guendi, “corvo-ballerina”nata nel 2012 come scultura e poi protagonista di molte illustrazioni, in cui è accompagnata da altri uccelli antropomorfi. E’ attraverso la tecnica del collage, padroneggiata con estrema bravura, che Carlotta dà libero sfogo alla sua fantasia, ottenendo accostamenti surreali e giocosi.
Non a caso, infatti, il personaggio Guendi mi ha fatto venire subito in mente i misteriosi protagonisti alati di Max Ernst nel suo perturbante romanzo a collage “Une semaine de bontè” (1934). Rispetto all’illustre predecessore, tuttavia, Carlotta non utilizza tale tecnica per ottenere un effetto inquietante, ma piuttosto come punto di partenza da cui procedere per raccontare una storia, per evocare delle sensazioni o, semplicemente, per poter esprimere la sua creatività.

“Molti miei lavori nascono da un input concettuale, il quale viene però spesso sopraffatto dall’atto creativo, attraverso cui produco soprattutto forme astratte e ornamenti, anziché figure riconducibili alla realtà” spiega l’artista. La componente decorativa delle sue opere è infatti preponderante ed assume per l’artista una valenza “terapeutica”, nel tentativo di mettere a tacere la sua indole più razionale e perfezionista. In questo aspetto Carlotta sente la sua poetica vicina all’Art Brut: un’arte spontanea, senza intenzioni estetiche o culturali, generata da impulsi creativi puri ed autentici. Così anche Carlotta lascia che la sua arte fluisca il più possibile senza interferenze, che nasca e proceda senza disegni o schizzi preparatori, e che la scena si componga sulla carta secondo il suo personale sentire, attraverso la forza del colore, lasciato libero di fluire svincolato dalla forma, combinando piccoli ritagli di giornale all’interno di composizioni fantasiose, bidimensionali, in cui il segno grafico delinea orizzonti, forme e personaggi e indugia in particolari curiosi, dettagli e decorazioni.
Carlotta ricorre a qualsiasi tecnica utile a dare forma al suo mondo sommerso: matite, pennarelli, pittura acrilica, pittura ad olio, smalti, stoffe…senza tuttavia scadere nel kitsch e nel sovrabbondante, ma trovando sempre il perfetto equilibrio tra pieni e vuoti, tra colore e spazi bianchi.

Con apparente piglio naif Carlotta va in realtà a toccare tematiche importanti, legate soprattutto alla sfera dei sentimenti e della psiche umana. Nella produzione più recente, come le serie “Calma” (2017) e “Esistenza iperattiva” (2016), l’artista si concentra nel mettere a fuoco singole figure – intere, parziali o dimezzate – che fluttuano nello spazio bianco e indefinito del foglio. Sicuramente assistiamo qui ad una maggiore sintesi e pulizia compositiva, in cui è spesso il vuoto a predominare sul pieno, con conseguenti effetti di maggior lirismo.
…penso che il viaggio nei “Colori di Guendi” sia solo agli inizi: continuerà, verso nuove visioni, nuovi paesaggi, nel tentativo di raffigurare quel ricco, intricato, colorato, folle mondo che abita i nostri sogni…o, come lo chiama Carlotta, il nostro “equilibrio interiore a dondolo”.

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