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Arte

Alex Sala: la Rivoluzione siamo Noi?

“La Rivoluzione siamo noi” è il titolo di un’opera di Joseph Beuys, ma non solo. Questo suo motto fu  pubblicato sul manifesto della sua prima mostra in Italia (nel 1971 da Lucio Amelio a Napoli) e divenne  rappresentativo dell’intera poetica dell’artista tedesco, che si sviluppò attraverso performance, azioni politiche, sculture e disegni.[1]

Ripercorrendo a ritroso la storia della Performance, Beuys risulta ancora oggi un esempio ineguagliato nell’aver messo in pratica la totale sovrapposizione tra arte e vita:  l’atto creativo diventava atto politico, l’artista era investito di un ruolo sociale concreto, in grado di influenzare e determinare lo svolgersi degli eventi.

“Non voglio portare l’arte nella politica, ma fare politica nell’arte. Questo appello vuole incoraggiare ed esortare all’adozione di un metodo di trasformazione non violenta. Il nostro appello va a coloro che finora sono stati passivi anche se a disagio e insoddisfatti: DIVENTATE ATTIVI!  (…)

E ciò che sta cambiando adesso non dovrebbe essere solo innovazione nei musei e nel mercato dell’arte, ma il concetto dell’arte deve trasformare se stesso per includere tutto ciò che è creato, addirittura il rendimento di produzione ed economico di oggi. E la prima tesi plausibile proveniente da tale processo dovrebbe essere che ogni essere umano è un artista. Il concetto dell’arte dovrebbe essere diventato antropologico…
Prima di chiedere…COSA POSSIAMO FARE? Dobbiamo prima considerare COME DOBBIAMO PENSARE?”

Erano gli anni ’70, gli anni della contestazione…ma oggi tutto ciò sarebbe ancora possibile?  Esiste ancora una dimensione politica dell’arte, aldilà della critica sterile, della polemica a posteriori, di un pietismo stucchevole…e soprattutto del “politicamente corretto”? Esiste cioè ancora la possibilità di un artista veggente, che pone al servizio dell’arte la sua visione, auspicando una trasformazione sociale e culturale?

L’onestà intellettuale di Alex Sala, quasi anacronistica ai giorni nostri, richiama fortemente la figura sciamanica di Beuys, nel suo saper vedere oltre le cose e nel tradurre il suo messaggio sociale in azioni e performance, in cui il medium utilizzato è il corpo stesso dell’artista.

Le “opere” esposte nella mostra “La deriva del continente” (in programma presso lo Spazio Arte C. Farioli dal 16 settembre al 7 ottobre 2017) si presentano sotto forma di immagini fotografiche, ma, lungi dal voler esser valutate come manufatti artistici fini a sé stessi, sono infatti da considerarsi come “reliquie” dell’azione artistica messa in atto da Sala: alcuni scatti immortalano momenti tratti dalle performance realizzate in questi anni dall’artista, altri, creati appositamente per questa mostra, vedono il volto dell’artista come “tela” su cui sono stati affissi gli slogan (o anti-slogan) di cui l’artista si fa portavoce, mettendoci letteralmente la faccia (“Il politicamente corretto è un crimine!” o “I nostri territori e noi popoli che li abitiamo siamo in vendita”).

“Tengo moltissimo a precisare che le fotografie che esporrò sono reali e non sono rappresentazioni della realtà, sono io il soggetto che si è messo veramente nelle situazioni in “presa diretta”  – Il mio corpo,la mia faccia – sono lì sotto gli occhi di tutti senza procrastinare…”dichiara l’artista.

La mostra allo Spazio Arte Carlo Farioli sarà un manifesto più che un’esposizione. Un manifesto esplicito su come l’artista percepisce il presente e  come ipotizza il futuro di noi tutti. Una visione che, pur essendo realistica e a volte spietata, conserva sempre un tocco poetico.

“La deriva del continente” costituisce la naturale evoluzione di un progetto che Sala inizia nel 2015 con le mostre “Anatomia del mattatoio sociale” e “TerraMorta/CarneTrita” e che, un anno più tardi, continua con “War at Home”.  Una svolta significativa, rispetto alla sua produzione artistica antecedente, mossa dall’urgenza di una presa di posizione dell’artista (e dell’Arte in genere) di fronte alla situazione socio-politico ed economica che ha caratterizzato l’Italia ed il continente europeo negli ultimi dieci anni. Sala ha così iniziato una lunga ricerca di letture e saggi sull’argomento, oltre a quella di grandi autori e personaggi della storia che con la loro vita hanno lasciato grandi insegnamenti: Gandhi, Henry David Thoreau, Mary Wollstonecraft, Max Weber, Erasmo da Rotterdam, Voltaire,  John Stuart Mill, Rousseau, John Milton…per citarne alcuni.

La volontà dell’artista è quella di trasmettere un messaggio, di indurre il pubblico ad una riflessione, ad un cambiamento concreto nel modo di pensare, offrendo un punto di vista non retorico o convenzionale, spesso anche provocatorio, in merito alla condizione attuale dell’uomo e al presagio di ciò che potrebbe essere lo scenario della nostra società in un futuro non molto lontano.

Una società in cui “la gente vuole pensare ciò che si suppone debba pensare”[2], in cui le libertà di stampa, di espressione e i diritti personali sono calpestati a favore di un pensiero unico dominante globalista e perbenista, in cui la tirannia è quella della spietata finanza apolide, delle strutture sovranazionali che tolgono a piccoli passi le sovranità nazionali: questa è la Deriva del Continente che Alex Sala intravede all’orizzonte e che ci svela con amara inquietudine, con le sue opere e con una nuova performance dal titolo “Crime scene: do not cross”.

La Rivoluzione, quindi, siamo noi? Quella che per Beuys era un’affermazione e un’esortazione, diventa per Sala un pesante interrogativo rivolto ad ognuno di noi, al quale non potremo sottrarci ancora molto dal rispondere.

La deriva del continente – personale di Alex Sala

A cura di Manuela Ciriacono e Elisabetta Farioli

16 settembre –  7 ottobre 2017

Spazio Arte C. Farioli, via S.Pellico 15, Busto A. (VA)

Inaugurazione: sabato 16 settembre ore 18.30

Finissage e Performance dell’artista:  sabato 7 ottobre ore 18.30

Orari: dal giovedì al sabato 16.30-19.00; domenica 10.30-12.00/16.30-19.00
T. 388 4957878 – info@farioliarte.it – www.farioliarte.it

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[1]  Lo stesso titolo fu utilizzato nel 2000 dall’artista Maurizio Cattelan per una sua opera in cui raffigura se stesso come un manichino, vestito con un abito di feltro, alla maniera di Beuys.

 

[2] O. Spengler, “Il tramonto dell’Occidente”