Arte

Viaggio in India, con Giancarlo Pozzi

In occasione della mostra personale di Giancarlo Pozzi, dal titolo “India vista e…rivisitata” che si è tenuta dall’ 8 al 29 novembre presso lo Spazio Arte Carlo Farioli, ho avuto l’onore e l’immenso piacere di conoscere personalmente questo grande artista e di visitare il suo studio, dove è riunito e catalogato il frutto di un’intera vita dedicata all’arte. Da quell’incontro è scaturito il testo inserito nel catalogo della mostra:


“Giancarlo Pozzi è un’artista che vive a Castellanza ma che abita il mondo. Uno di quegli artisti (nel mio caso il primo) a cui puoi chiedere “…e Duchamp com’era?…e Giacometti?” perché li ha conosciuti da vicino, lavorando spesso con e per loro, presso lo studio di grafica dell’editore Upiglio a Milano, dove ha inizio il suo percorso artistico, negli anni sessanta.

Come queste “icone” dell’Arte, studiate sui libri, anche le opere di Pozzi erano a me finora note solo per via – diciamo – teorica e, dunque, la visita alla sua casa-museo e poi al suo studio-laboratorio mi ha permesso di immergermi per la prima volta in profondità nella sua Arte, posando lo sguardo laddove le parole dei suoi racconti mi conducevano. Ho così riconosciuto quella scrittura simbolica che contraddistingue il suo linguaggio artistico e che costituisce il fil-rouge di tutta la sua produzione: “volute” grafiche, simili a sottili strisce di carta, che volteggiano sulla tela e che assumono, di volta in volta, le sembianze di maestosi volatili, di farfalle ed aquiloni che si stagliano leggeri nel cielo. Talvolta, invece, paiono intrecciarsi come i rami di un albero, fino a trasformarsi in giardini fantastici e boschi incantati. Altre volte, invece, si tramutano in messaggi segreti che fluttuano nell’aria, come  leggeri fogli di carta e sinuose pergamene che celano una scrittura antica e indecifrabile.

Se è vero che tale alfabeto visivo è presente in ogni sua opera, mantenendo intatti i significati in esso contenuti, è altrettanto vero che con esso l’artista tratteggia ogni volta nuovi e delicati paesaggi visionari, grazie anche ad un eclettismo che gli permette di esprimersi con pari destrezza attraverso le più diverse tecniche artistiche, dall’incisione alla scultura. Visioni che negli anni hanno trovato nuova linfa attraverso i numerosi viaggi compiuti dall’artista intorno al mondo. Tra questi, nel 2006, il viaggio nella regione del Gujarat in India, da cui hanno origine le opere presenti in mostra oggi allo Spazio Arte Carlo Farioli.

Ci troviamo di fronte a una serie di “impressioni”, che l’artista ha lasciato affiorassero dopo un certo periodo di “decantazione”, facendole prima sedimentare nella sua mente, per dare poi forma a quegli appunti di colore che ritroviamo nelle sue carte. Per un’evidente e spontanea deformazione professionale, Pozzi realizza, infatti, una trascrizione dell’India in note cromatiche, in grado di catapultare all’improvviso l’osservatore tra le sue strade, i suoi mercati, le sue bancarelle di spezie e di tessuti multi-colore.

Nel tentativo di trasferire il proprio bagaglio emotivo e percettivo sulla superficie bidimensionale dell’opera, Pozzi esibisce in questi lavori una maggiore spregiudicatezza nella sperimentazione materica, senza timore di creare, distruggere, ricombinare, assemblare materiali vari.  Prevale, dunque, il gusto per il collage, per l’inserimento di elementi prelevati dalla realtà ed applicati sulla “tela”, come sulle pagine di un taccuino: ritroviamo il motivo delle sottili strisce di carta (non più disegnate dalla mano dell’artista, ma strappate manualmente, con estrema precisione, ed applicate sul supporto), accostate a trame di tessuti e ad  altri  frammenti di carta strappati, ricuciti, forati, ritagliati, colorati, sovrapposti…tuttavia sempre combinati per ottenere una composizione equilibrata ed armoniosa, in cui colori e forme, pieni e vuoti, sono sapientemente calibrati, come scanditi da un ritmo, da un suono interiore, che solo l’artista è in grado di sentire.

Pozzi offre un’interpretazione cromatica dell’India permeata di un lirismo senza eguali, resa possibile grazie ad una straordinaria stesura pittorica realizzata a tempera e pigmenti in polvere, che ci seduce con i suoi profondi blu cobalto e i distensivi verde smeraldo, e crea effetti di sorprendente mimetismo nel riprodurre le sensazioni tattili e le caratteristiche materiche di antichi affreschi. Muri e superfici che paiono avere un’anima e infinite storie da raccontare.

 

Il “fondo” diventa così il soggetto principale dell’opera, in cui ogni costruzione prospettica e spaziale è abbandonata, con l’intento di proiettare lo spettatore in una dimensione sensoriale avvolgente, priva di costruzioni razionali, fatta di puro colore, di simboli e figure che emergono in superficie. Un sogno, una visione senza tempo, in cui perdersi, per  scoprire nuovi orizzonti di raffinata bellezza”.

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