Arte

Trigger, storia di uno sguardo


Dal 18 ottobre al 2 novembre lo Spazio Arte Carlo Farioli ospiterà la mostra fotografica di Claudio Re, con cui l’Associazione Culturale di Busto Arsizio partecipa anche quest’anno al Festival Fotografico Europeo, promosso ed organizzato dall’Archivio Fotografico Italiano in numerosi comuni della Provincia di Varese e di Milano.

Con questa mostra, che ho curato personalmente, ho voluto tener fede al nostro intento di promuovere giovani e talentuosi autori. Claudio Re, anno 1983, è nato e risiede a Verbania. Chimico di professione, studia da diversi anni il potente mezzo comunicativo della fotografia. Nella sua ricerca artistica si dimostra profondamente attratto dal tema della psiche umana, nel difficile intento di raccontare, attraverso le immagini, i profondi stati d’animo dell’uomo.

Ho conosciuto Claudio tempo fa, ho ritrovato le sue immagini nel mio pc…e da quel momento ho fortemente voluto questa mostra…che è la mostra di un vero surrealista, calato nel 2014. E vi spiego perchè:

“In un’epoca in cui una fotografia può essere creata senza trovarsi necessariamente dietro ad un obiettivo, addirittura senza nemmeno ricorrere ad un qualsivoglia strumento fotografico,  pare quanto mai strano trovarsi ad esaminare i lavori fotografici di Claudio Re che, a prima vista, sembrano rientrare a pieno titolo nella brulicante categoria dei fotomontaggi. Viene da chiedersi se e quale senso possa avere per un autore, nell’era di Photoshop e dei più avanzati strumenti di foto-ritocco digitale, confrontarsi con questo tipo di tecnica.

E invece possiamo tranquillamente affermare che il percorso di Claudio Re muove in direzione ostinata e contraria alle estreme manipolazioni digitali tanto in voga oggi, per riportarsi, invece, agli albori della fotografia, quando il fotomontaggio costituiva una delle pratiche maggiormente esplorate dalle avanguardie del primo novecento. E’ in quel clima di grande fervore sperimentale che nacquero le famose solarizzazioni di Man Ray e i primi collage fotografici dei dadaisti George Grosz, John Heartfield, Hannah Höch.

 

E con quello stesso spirito di indagine empirica e di approccio genuinamente manuale Claudio Re concepisce e porta avanti la sua ricerca. Lavorando rigorosamente in analogico, ha messo a punto un suo personalissimo metodo operativo, che sembra disconoscere totalmente l’esistenza del digitale, ricorrendo, in modo volutamente anacronistico, a quegli stessi procedimenti scoperti ed utilizzati dai surrealisti.

 

In particolare Claudio ha fatto sua la tecnica della doppia o multi esposizione, che si basa sulla sovrimpressione di due o più immagini, impresse, nel suo caso, direttamente su negativo, agendo quindi in fase di scatto e non di stampa, come più spesso accade.

Chi si cimentò con questa tecnica fu, ad esempio, Jacques Henri Lartigue che a partire dal 1904 realizza alcune sovrimpressioni per creare foto di “pseudo-fantasmi”, come lui stesso dichiara. Ma, come già anticipato, è soprattutto l’universo surrealista quello a cui guarda e in cui trova ispirazione Claudio Re, dove la doppia esposizione diventa funzionale a raffigurare il tema del doppio e delle libere associazioni, tanto cari a Brèton e compagni. Quanto più la doppia esposizione è perfettamente resa e, dunque, la sovrapposizione delle immagini difficilmente distinguibile, tanto maggiore sarà l’effetto di disorientamento nell’osservatore, provocato dall’accostamento di oggetti e spazi tra loro apparentemente estranei.

 

Con “Trigger” l’autore porta a maturazione la sua ricerca artistica dedicata allo studio della psiche umana, dei suoi meccanismi e dei suoi segreti. Come i testi di Freud influenzarono la produzione artistica delle avanguardie, così oggi Claudio basa la sua ricerca sulla lettura e l’analisi di testi scientifici, di ambito psicologico e psicanalitico, da cui estrapola alcuni concetti chiave che traduce poi in visioni ben precise. Rispetto al primo Surrealismo viene meno il processo di automatismo psichico: non c’è alcuna casualità nella scelta dei soggetti, non si vuole dare voce all’inconscio sommerso dell’autore, al libero flusso di pensieri; piuttosto, ogni immagine è concepita secondo una costruzione consapevole e determinata. Lo scatto fotografico è addirittura preceduto da un bozzetto, per ridurre al minimo i margini di errore e per aiutarsi nel pre-figurare quella che sarà la composizione finale.

 

Da questo punto di vista l’opera di Claudio Re è molto più vicina, infatti, al surrealismo di Renè Magritte che ai deliri onirici di Dalì. Il pittore belga amava, infatti, giocare con gli accostamenti inconsueti e gli spostamenti di senso, nel tentativo di svelare i lati indecifrabili dell’universo. Allo stesso modo lo sguardo di Claudio è uno sguardo lucido sulla realtà che lo circonda: il mondo esterno è colto dall’autore nella sua disarmante verità, nella sua oggettività apparente e talvolta banale (una caffettiera, un abito, un uovo), sotto cui però si cela la soggettività di uno sguardo che interpreta la realtà secondo il proprio vissuto psichico e psicologico.

 
“Trigger (Storia di uno sguardo)” nasce dallo studio dell’autore intorno alla “psicologia della paura”. In  tale ambito, infatti, si definisce “trigger” (letteralmente “grilletto”) il meccanismo mentale atto a risvegliare il ricordo di un evento traumatico vissuto nel passato, fino a quel momento celato abilmente dalla mente. Ecco che all’improvviso un oggetto apparentemente insignificante diventa la chiave di accesso ad un altro piano della realtà, dove però il confine tra reale e irreale, conscio e inconscio è quanto mai labile.

 

 

Le fotografie di Claudio Re si dispiegano, dunque, come una narrazione intima, scandita visivamente in capitoli, in cui il protagonista affronta un percorso, non necessariamente risolutivo, ma di crescente consapevolezza interiore, che si conclude con l’ineluttabile e spietato confronto con le proprie paure e con il riconoscere finalmente sé stessi in quel volto che ci fissa dall’altro lato dello specchio.

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