Arte

Jano Sicura e il filo perduto dell’umanità

E’ passato qualche tempo dal mio ultimo post…ma tra una mostra e l’altra ho deciso anche di sposarmi!!

Quindi spero comprenderete la mia latitanza negli ultimi mesi…

In realtà, in concomitanza con la mostra “Lontano nel Profondo” di Fettolini e Cattaneo, sono entrata a far parte, come socio fondatore, dell’Associazione Culturale Carlo Farioli, nata a Busto Arsizio (VA) per ricordare il pittore bustocco Carlo Farioli. In quello che fu il suo studio d’artista si intende dare spazio a mostre d’arte e iniziative culturali.

La mostra con cui abbiamo inaugurato, ad aprile, lo spazio e la nascente associazione è stata: “Torsioni”, mostra personale di Jano Sicura, artista che vive e lavora tra la Sicilia e la Germania e che ha creduto, per primo e incondizionatamente, a questo progetto.

Così, tra un preparativo e l’altro, ho avuto modo di intervistare telefonicamente Jano e di vedere le sue opere, giunte da noi galleria. Dalla nostra conversazione è nato questo scritto, pubblicato nel catalogo della mostra:

Nel momento in cui mi ritrovo di fronte a questa pagina bianca e mi accingo a scrivere questo mio testo, non ho ancora avuto l’occasione di conoscere di persona Jano Sicura.

Ho visionato in anteprima i disegni scelti per essere esposti nella mostra “Torsioni”, presso lo Spazio Arte Carlo Farioli, ho studiato i suoi cataloghi e, devo ammettere che, oltre a riconoscere in lui una modalità espressiva che già prediligo – quella della scultura che si fa installazione, di impronta prevalentemente  concettuale  – ho sin da subito accettato la lettura che del suo lavoro è stata fatto finora, incentrata sulla simbologia del “nodo”.

Impossibile negare l’evidenza: i disegni così come le sculture di Jano rappresentano, effettivamente, dei nodi e non è mia intenzione tentare ora di dimostrare il contrario. Ma cosa intendiamo per “nodi”?

Ho provato, quindi, in un secondo momento, ad osservare i suoi lavori da un altro punto di vista, cercando di superare l’accezione negativa che forse oggi si tende ad attribuire a questo termine. Le parole, si sa, sono entità in continua evoluzione, i cui significati mutano nel tempo e rispecchiano le evoluzioni sociali. Così, ritengo possibile che la tendenza individualista della società contemporanea e la crescente importanza attribuita alle discipline della psicologia e della psicoanalisi, hanno fatto sì che oggi la parola “nodo” suggerisca, in primis, un significato generale di impedimento, di chiusura, di costrizione, spesso riferito ad uno stato emotivo.

Per individuare, dunque, le radici entro cui si innesta la ricerca artistica di Jano è stato necessario spostarsi in un altro campo semantico e comprendere che la sua cultura di riferimento, come lui stesso mi spiega, attinge a tutt’altro sistema di valori, che poco ha a che fare con la società “liquida” dei giorni nostri ed è piuttosto ancorata ai valori concreti della cultura contadina, in cui Sicura è nato e cresciuto.

Notiamo allora che sotto la  generale dicitura “nodi” si dispiega, in realtà, un ben più ampio repertorio di elementi, che rivelano un richiamo profondo alla Natura e ai suoi cicli, così come ai ritmi e alle ritualità di una civiltà che pare ormai lontanissima: non è un caso, forse, che il gomitolo, che spesso ritroviamo nella produzione di Sicura, altro non sia che la trasposizione oggettuale ed “esasperata” di un cerchio, simbolo che rappresenta la ciclicità delle cose, della vita biologica in tutte le sue forme, ma soprattutto simbolo di Unione e Perfezione.

Il filo di ferro, materiale attraverso cui l’artista conferisce tridimensionalità ai suoi disegni , genesi del suo atto creativo, dichiara apertamente la sua natura povera, proveniente dalla pratica contadina di legare con esso qualsiasi cosa. Infine il fuso, altra figura ricorrente nel lavoro di Sicura, racchiude in sé un patrimonio di miti e leggende legate ai temi della tessitura /filatura, che attingono alle radici della civiltà mediterranea. Basti pensare alle Moire della mitologia greca, al filo di Arianna e alla tela di Penelope: il filo rappresenta la vita di ogni singolo uomo e la pratica del filare da sempre  implica una connotazione “fatale”, in grado di determinare il destino delle persone e di scandire il ciclo della Vita e della Natura.

Se, dunque, adottiamo questo schema di riferimento,si rende forse possibile un’altra lettura dell’operadi Jano: ad un approccio introspettivo ed intimista, comune a molta parte dell’arte contemporanea, si sostituisce una visione più ampia, che guarda all’universale piuttosto che al particolare, e rilegge in chiave contemporanea alcuni degli archetipi della nostra civiltà, al fine di individuare il “filo” della nostra umanità, l’ordine perduto delle cose, l’unione costruttiva e i legami salvifici da recuperare. Un invito discreto, il suo, a costruire nuovi “nodi”, stabili e resistenti, a ritrovare punti di riferimento autentici, con cui ricomporre la nostra identità e collegarla a quella degli altri.

 

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