Arte

Claudia Canavesi, note per un’estetica del vuoto

L’arte contemporanea è un’arma difficile da maneggiare, pur conoscendola bene: è divertente, è provocatoria, è potente (dal momento che, al pari di un rito religioso, è in grado di riunire in un pomeriggio d’estate  un gruppo eterogeneo di persone all’interno di una piccola chiesa); l’arte denuncia, consola e ci ammalia, ma, lo sappiamo, altrettanto spesso inganna, nutrendoci di immagini che non sempre sono sorrette da validi contenuti.


Tuttavia, anche i suoi detrattori più convinti dovranno riconoscerne la necessaria esistenza: l’arte contemporanea è qualcosa di innato, che ci appartiene anche se non siamo abituali frequentatori di gallerie e musei. Perché? Perché l’arte contemporanea, in quanto tale, svolge una funzione sociale imprescindibile, dal momento che, anche se facciamo finta di ignorarla, essa sta già parlando di noi ad altri noi e offre, in presa diretta, il nostro ritratto più veritiero, dei nostri vizi e delle nostre virtù, ma soprattutto delle imperfette e imprevedibili oscillazioni della nostra anima.

L’installazione che oggi ci troviamo ad “abitare”, realizzata dall’artista Claudia Canavesi all’interno della chiesa di San Pietro a Lonate Ceppino, esprime in maniera inequivocabile questo aspetto, già a partire dal suo titolo: “Dalla terra verso la terra, dal cielo verso il cielo”. Mentre avanziamo lungo la navata, infatti, intuiamo che nel nostro cammino verso l’antico altare non stiamo semplicemente ammirando un’opera d’arte contemporanea, ma che qualcosa di più grande e di più profondo, dentro di noi, è chiamato in causa.

Ma andiamo per ordine: la scelta di occupare uno spazio architettonico già fortemente connotato è, infatti, assolutamente non casuale. Claudia ha fatto della disamina spaziale il cuore della sua ricerca, partendo dallo studio dell’architettura per individuare in questo ambito del fare umano le tracce che trascendono l’inventiva umana e perfino l’uomo stesso, risalendo alle forme primigenie presenti da sempre in natura,  disegnate dalla Natura stessa e, in quanto tali, caratterizzate da una perfezione superiore ed incorruttibile.  La purezza geometrica di elementi naturali, come le diatomee, le conchiglie, il cristallo di pirite, i fossili spiraliformi, sono strutture che possiamo definire acheropite, ovvero letteralmente  “create da mano non umana”, intrise di una sacralità atavica e rispondenti a leggi geometriche  e matematiche, come la sezione aurea e la sequenza di Fibonacci, con cui l’uomo, solo a posteriori,  ha tentato di descrivere razionalmente la  bellezza e l’armonia in esse racchiuse.

La più sublime tra le forme geometriche è stata scelta da Canavesi come modulo su cui impostare l’installazione “Dalla terra verso la terra; dal cielo verso il cielo”: nell’iconografia architettonica  la cupola, infatti, simboleggia il cielo, la sfera celeste e quindi il grado più alto di perfezione. L’installazione si sviluppa su due livelli ed è caratterizzata da una precisa polarità: a terra troviamo sei cupole in posizione opposta alla convenzionale, quindi rovesciate “verso terra”, come fossero vasche, con l’intento di ribaltare parimenti il punto di vista dell’osservatore; altre sei cupole sono state appese al soffitto, così da volteggiare sospese nel vuoto e tornare ad essere rivolte verso il cielo. Questo movimento, dal basso verso l’alto, che lo sguardo dell’osservatore è portato a compiere, vuole essere l’estrinsecazione gestuale di un percorso di ascesi che l’artista ha voluto visualizzare in termini scultorei attraverso la sublimazione della materia.

Le cupole/vasche, come attratte verso il centro della terra, riflettono la loro natura terrestre e sono state quindi realizzate da Claudia con materiali pesanti, come il ferro, e grezzi, come il cartone: rappresentano il predominio della materia sul pensiero e sull’elevazione dello spirito. Procedendo verso l’altare il diametro delle cupole poste a terra diminuisce, e così anche il loro peso, il vuoto si insinua nel pieno, si affaccia la volontà e il bisogno dell’uomo di riconoscere se stesso attraverso i luoghi, fisici e simbolici, che si trova ad attraversare durante la sua vita. L’ultima cupola rovesciata è realizzata attraverso l’assemblaggio di molteplici incisioni su carta, eseguite con tecnica ad acquaforte, su cui sono raffigurati particolari architettonici che rimandano alle esperienze dell’uomo: al pari del sommo poeta Dante, l’individuo si trova a percorrere ed affrontare le profondità e degli oscuri abissi della propria anima, per poi lentamente “uscire a rivedere le stelle”, acquisendo consapevolezza di sé attraverso la contemplazione della perfezione del Creato e delle sue Meraviglie.

Spostando lo sguardo al soffitto, infatti, assistiamo ad una progressiva smaterializzazione e alleggerimento anche delle cupole sospese: il bianco prevale sul nero, il ferro lascia il posto alla carta, alla tecnica di incisione su metallo Claudia sostituisce la xilografia, con cui dispiega il suo inventario di geometrie universali. L’uomo si avvicina sempre più al cielo, alla contemplazione del divino attraverso l’osservazione, l’ascolto e il rispetto delle manifestazioni che Madre Natura ci offre spontaneamente. Il superamento della materia e la libertà dai vincoli imposti dal mondo esteriore costituiscono il traguardo ultimo per il raggiungimento di una vero arricchimento interiore che, nelle sculture di Claudia così come nella nostra vita, è rappresentato dal vuoto.
Un vuoto che, in netta contraddizione con la cultura occidentale, non è sinonimo di assenza, ma al contrario, individua nella liberazione della mente la condizione ideale nel processo di realizzazione spirituale. Un vuoto che è silenzio, che è il suono dell’armonia, che è specchio della bellezza e, soprattutto, la più autentica strada verso l’ascolto e la conoscenza di noi stessi.

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